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Ascolti

Che siano cantautori o gruppi musicali risulta bellissimo ogni tanto imbattersi in qualcosa di molto bello che però come capitava spesso all’epoca non valorizzato o in alcuni casi direi proprio ignorato.E’ il caso di un complesso italiano progressive,uno stile musicale imperante nei primi anni settanta,chiamato “Campo di Marte”,fondato nel 1971 da un chitarrista toscano di nome Enrico Rosa,tra l’altro anche compositore sia dei testi che delle musiche.Inizia giovanissimo suonando nei locali,accumulando esperienze,quando a un certo punto incontra un certo Mauro Sarti,batterista ma che all’occorrenza suonava anche il flauto,strumento indispensabile nel genere progressive.Il nome “Campo di Marte” nasce invece nel 1973,contemporaneamente all’uscita del disco omonimo,e si abbinava perfettamente a una stampa medievale,poi copertina del disco,che raffigurava mercenari turchi durante un’autoflagellazione atta a dimostrare la loro forza e tenacia.Resta uno dei pochi dischi all’esordio prodotti da una major,in questo caso la United Artist,allo stesso tempo orgoglio ma anche purtroppo l’obbligo di sottostare a delle condizioni che in alcuni casi contrastavano la volontà degli autori.Così la suite del disco,composta di sette tempi divisi sulle due facciate del vinile e avendo come tema l’assurdità e l’imbecillità della guerra,venne stravolta e il disco uscì praticamente a gruppo già sciolto proprio per le diatribe prima accennate.Solo la recente rimasterizzazione in CD ha ricomposto l’esatto ordine dei vari brani voluto dall’autore,restituendo così all’ascolto di tutti noi la sua magia originaria.Praticamente ignorato dal pubblico,il disco è diventato negli anni un vero e proprio prodotto di culto,conosciuto e apprezzato in tutto il mondo,considerato uno dei migliori dischi italiani progressive,e tutto ciò risulta davvero sorprendente soprattutto se si pensa che nel 1973 Enrico Rosa aveva solo vent’anni.Ascoltare e riascoltare per credere,davvero “Campo di Marte” rimane un disco bellissimo,prevalentemente acustico,musicalmente vario,insomma una gioia per le orecchie e in questo caso non solo degli appassionati del genere. (27/6/2022) ****

Era il 1971 e aveva ventisette anni Judee Sill,cantautrice americana di Oakland,quando uscì il suo album di debutto,”Judee Sill” e purtroppo alle spalle già un percorso di vita piuttosto accidentato,la morte prematura prima del padre poi della madre,il passaggio da un college all’altro,dubbie frequentazioni,rapine,l’inizio del suo viaggio nel mondo della droga affrontando prima l’LSD poi l’eroina,infine perfino la prigione.Fu quando uscì da quest’ultima esperienza di vita che iniziò a comporre musica e fu Graham Nash del celebre trio californiano a produrre il suo primo singolo.Dopo l’uscita dell’album e i tour come spalla con i mitici “CSN” l’industria discografica l’abbandona a se stessa,dopo averla prima osannata come una nuova Joni Mitchell,il disco non vende e dopo “Heart Food” del 1973 si perdono le sue tracce fino alla sua dipartita nel 1979,all’età di trentacinque anni,probabilmente suicida o a causa di un overdose.Comunque bellissimo e sicuramente da riscoprire il suo primo disco con musiche di spessore e testi di grande fascino,principalmente a sfondo cristiano e di redenzione,ponendola così al vertice di quel genere di cantautrici,il riferimento è la stessa Joni Mitchell,principalmente basato su voce e chitarra.Una figura senza dubbio da rivalutare,un contraltare al femminile del grande e mitico Nick Drake ma con la vita infinitamente più drammatica. (11/5/2022) ****

Il famosissimo Stevie Wonder,nato nel 1950 nel Michigan come Stevland Judkins,appena maggiorenne si sarebbe potuto tranquillamente ritirare dalla scena essendo di fatto già entrato negli annali della musica soul con al suo attivo una decina di album,più numerosissimi singoli,avendo iniziato a pubblicare dischi dall’età di dodici anni-“The Jazz Soul of Little Stevie Wonder” è del 1962-inserendo via via,opera dopo opera,anche brani di sua composizione.Invece neanche per sogno,il raggiungimento della maggiore età gli consente di ridiscutere il contratto con la famosa “Motown” e di strappare concessioni economiche incredibili,ma quello che più conta carta bianca assoluta dal punto di vista artistico.Divertendosi a mescolare l’elettronica con l’acustica pubblica così uno dopo l’altro quattro album uno più bello dell’altro iniziando da “Music of my Mind” del 1972,seguito da “Talking Book” ,Innervision” e “Fullfillingnes’First Finale” prima di spegnere quasi definitivamente tutte le sue capacità compositive nel suo apice,l’inarrivabile “Songs in the Key of Life” del 1976.Dovendo scegliere tra tanti capolavori e considerato non recensibile per la sua eccessiva bellezza e straordinarietà l’ultimo citato,considero il terzo,”Innervision” pubblicato nell’agosto 1973,uno dei suoi dischi più equilibrati e piacevoli di quei favolosi quattro anni.Inserito al ventitreesimo posto degli album più belli di sempre dalla rivista “Rolling Stone” -poi sceso al trentaquattro nell’ultima revisione del 2020-il disco scorre incredibilmente come meglio non si può,con brani come “Too High”,”Living for the City” e “Golden Lady” fino alla famosa “Don’t You Worry ‘bout the Thing” ripresa negli anni anche da altri interpreti,una fra tutte la versione del gruppo “Incognito” nel 1992.Non mancano certo i brani lenti,il suo forte,e “Visions” resta uno dei migliori.Concludendo un album da avere assolutamente,uno dei migliori di Wonder,perché credetemi nonostante gli anni che passano ogni occasione è buona per ascoltarlo. (21/3/2022) ****

Nel lontano 1972 il regista Fernando di Leo dirigeva “Milano Calibro 9”,il primo film di una trilogia tratta da alcuni racconti dello scrittore Giorgio Scerbanenco-gli altri sono “La Mala Ordina” 1972 e “Il Boss” 1973-con un cast eccezionale che comprendeva l’ottimo Gastone Moschin,la bellissima Barbara Bouchet,il caretterista Mario Adorf,oltre a un giovane Philippe Leroy e a un sempre bravo Luigi Pistilli.Il film,di genere poliziesco con risvolti thriller e noi,peraltro molto interessante e da riscoprire per chi non lo conosce,si avvaleva anche di una bellissima colonna sonora composta per la parte orchestrale da Luis Enrique Bacalov-già autore dell’ottimo “Concerto Grosso per i New Trolls” che era a sua volta colonna sonora del film “La Vittima Designata” 1971-e per la parte restante di stampo progressivo dal gruppo napoletano degli Osanna.Il risultato finale è che “Milano Calibro 9” è un grande disco,con le composizioni di stampo classico-orchestrali che si sposano benissimo con le parti sperimentali e di improvvisazione basate sulla genialità degli Osanna che venivano da un ottimo album “L’Uomo” e che poi dopo questa esperienza avrebbero licenziato il loro capolavoro,quel “Palepoli” considerato una pietra miliare da tutti gli amanti del progressive italiano e non solo.Da vedere il film,da ascoltare la sua colonna sonora,con un occhio di riguardo a quella “Canzona” che chiude l’album,una perla davvero preziosa con la voce del cantante Lino Vairetti in grande spolvero. (7/1/2022) ****

Nel lontano 1968 esce il sesto album di questo formidabile quartetto,”The Kinks”,capitanati da uno strepitoso Ray Davies,in pratica l’autore di tutto il materiale del gruppo.Con una formula classica alla Beatles,doppia chitarra,basso e batteria con Dave Davies,fratello di Ray,alla chitarra solista,il complesso esordisce nel 1964 con il botto,un 45 giri “You really got me” -precursore di un sound che influenzerà non poco le nuove generazioni del rock-che sbancherà le classifiche di vendita seguito dall’album “The Kinks”,altrettanto venduto e di successo sia in Inghilterra che addirittura in America.Sembravano indirizzati a una carriera folgorante quando,soprattutto in America,alcuni problemi comportamentali ne offuscarono la luce e di conseguenza anche le vendite.Rimasero comunque apprezzatissimi in Gran Bretagna soprattutto perché,oltre alle apprezzabili melodie,i testi di Ray Davies omaggiavano prevalentemente ritratti e situazioni prettamente britanniche con album come “Kinda Kinks” e “Face to Face”,quest’ultimo considerato uno dei loro dischi più importanti.Con “The Village Green Preservation Society” si rasenta il capolavoro,un concept album che ha per tema la società inglese nella sua interezza,con i suoi disagi e i suoi malinconici aspetti,oltre a tanta tanta consapevolezza che molte ingiustizie,soprattutto sociali,nel breve faranno fatica a trovare una soluzione.Con brani come “Picture Book”,”Johnny Thunder”,la title track  e soprattutto la splendida “Days”,Ray Davies riesce a catapultarci in quel periodo storico dove tutto sembrava scintillante e bellissimo ma che invece nascondeva tanta polvere sotto il tappeto e parecchia tristezza che l’autore riesce perfettamente a descrivere dimostrando di essere uno dei più grandi poeti di quell’epoca,influenzando di fatto indirettamente i gruppi a venire come i “Blur”,”Oasis”,gli “Style Council” di Paul Weller-uno dei più grandi ammiratori dei “Kinks”-e via dicendo.Un grande disco,orecchiabile e profondo allo stesso tempo,che una volta fatto girare non si riesce più a fare a meno di sentirlo. (25/11/2021) ****

Un’affascinante serie di concerti per i Rolling Stones la loro tournee americana del 2015,soprattutto perché per la prima volta dagli inizi settanta viene riproposto,tra gli altri brani,l’intero “Sticky Fingers” del 1971,con la registrazione dell’intero spettacolo il 20 maggio al “Fonda Theatre” di Los Angeles,un piccolo teatro sull’Hollywood Boulevard da circa 1300 posti.L’album in questione arriva dopo i capolavori “Beggars Banquet” e “Let it Bleed”,quest’ultimo conosciuto come il disco che presentò il nuovo chitarrista Mick Taylor al posto di Brian Jones,allontanato per i suoi eccessi,che troverà poi la morte poco tempo dopo.Considerato uno dei grandi capolavori del gruppo,ricordiamo “Pietra Miliare Onda Rock” e tra  primi cento album più belli di sempre,in “Sticky Fingers”-mitica fu anche la copertina con una vera cerniera che aprendola poneva alla luce il pacco degli Stones-trovano spazio brani celebri come l’eterna “Brown Sugar” e per il periodo la significativa “Sister Morphine” scritta in collaborazione con Marianne Faithfull l’allora compagna di Jagger,la bellissima ballata “Wild Horses” che venne registrata ancor prima da Gram Parsons e tanto tanto blues,da sempre il vecchio amore del gruppo.Ma il brano capolavoro è “Can’t You Hear Me Knocking” che con una durata originaria di oltre sette minuti lascia spazio a un superbo assolo di chitarra di Taylor che se la gioca alla pari con Carlos Santana,oltre a un immenso passaggio di sassofono che completa divinamente il brano rendendolo a oggi uno dei pezzi più riusciti e originali dell’intera produzione Stones.Il concerto registrato,complice l’intima atmosfera del piccolo teatro lontanissima come tipologia dai grandi stadi dove il gruppo è solito esibirsi,risulta straordinario e a parte il classico inizio di “Start me up” giusto per scaldare la platea si concentra sull’intero album con una scaletta diversa rispetto al disco,probabilmente quella originaria di registrazione,in un crescendo di emozioni che non vorrebbe mai vedere la fine,con gli Stones in grande spolvero nonostante gli anni che passano per tutti ma evidentemente non così per loro.La classica chiusura con “Jumpin Jack Flash” sigilla una serata di musica fantastica,beato davvero chi era lì,che comunque non dimentichiamo trae spunto quasi del tutto da un album storico e veramente bellissimo che consiglio a tutti di recuperare e riascoltare. (5/8/2021) ****

Singolare la vicenda dell’album del cantautore Roberto Vecchioni “Montecristo”,sottotitolo “La città senza Donne”,pubblicato originariamente nel 1980 dalla casa discografica Philips con cui aveva ripreso i contatti dopo la non felice esperienza dell’anno precedente di “Robinson” edito dall’allora etichetta emergente Ciao Records fondata nel 1978 dall’ex batterista dei “Profeti” Osvaldo Bernasconi e rimasta in attività fino ai primi anni ottanta.Fu proprio la stessa Ciao Records,una volta venuta a conoscenza che Vecchioni sarebbe tornato alla Philips e a disco ultimato,vincendo la causa per inadempienza del contratto,a bloccarne la ristampa non permettendo fino all’ottobre 2020,quando evidentemente si è trovato il modo di risolvere il problema,di ristampare il disco né in vinile né in compact disc.Le nuove edizioni peraltro a colori e con ulteriori disegni,tutti di Andrea Pazienza,sono belle e molto ricche nei contenuti a riaffermare la validità di un progetto che anche allora colse nel segno proponendo una inedita svolta rock nel percorso musicale del cantautore,con il sottotitolo che omaggia in negativo il film di Fellini-cui Vecchioni resta legato-facendo da sfondo a una serie di titoli prevalentemente al femminile.Spicca “Ciondolo”,il capolavoro del disco,dalla incredibile durata,almeno per un cantautore,di oltre nove minuti con un azzeccato arrangiamento in chiave jazz,sul tragico risvolto di un amore finito male.Ulteriori brani da segnalare “La Strega”,sulla madre della sua ex moglie evidentemente non molto amata,”Madre”,un caro omaggio a chi l’ha cresciuto,ma soprattutto la splendida “Canzone da Lontano”,dedicata alla figlia che per evidenti motivi di lavoro non ha potuto seguire e vedere come avrebbe voluto.Complessivamente un ottimo disco da riscoprire,ora che si può acquistare in una veste nuova,moderna e attuale,da riascoltare riflettendo con esso sul mondo femminile,non sempre rose e fiori,secondo il punto di vista del caro Vecchioni. (18/6/2021) ****

Pubblicato nel dicembre 1970 “Lizard” è il terzo album del gruppo britannico “King Crimson” e in un anno appena ne erano cambiate di cose dal mitico e insuperabile esordio “In the Court of the Crimson King” presentato ufficialmente live nel luglio 1969 a Londra-Hyde Park davanti a oltre trecentomila persone in occasione del concerto gratuito “The Stones in the Park” che i “Rolling Stones” organizzarono per presentare il nuovo chitarrista Mick Taylor e in omaggio allo scomparso Brian Jones.La critica e le riviste musicali furono così entusiaste dell’esibizione di Fripp e soci che l’uscita dell’album non poteva che essere un successo e detto tra noi resta ancora oggi un disco meraviglioso e insuperabile.Le gioie dell’esordio però passarono presto con il cantante-bassista Greg Lake che stanco del dittatore Fripp,bocciò alcuni suoi brani che più tardi troveranno posto nella produzione del trio E.L.& P.,lascerà per questa nuova avventura musicale.Così già nel loro secondo pur bello “In the Wake of Poseidon” del maggio 1970 la formazione era stravolta con l’unica certezza del poeta Pete Sinfield ai testi e dello stesso Fripp per le parti musicali e così sarà per quasi per tutti i dischi a seguire con il gruppo che via via troverà ispirazione dai nuovi arrivati che si avvicenderanno negli anni,rimanendo il chitarrista Fripp unico punto di riferimento del progetto.Dovendo scegliere un album tra tutta la meraviglia di suoni e atmosfere composte dal gruppo in quegli anni definirei “Lizard” uno dei più belli e completi della loro produzione.Una sequenza di brani,stavolta interamente scritti dalla coppia Sinfield/Fripp,tutti affascinanti,senza debolezze,senza cadute di tono,in un mix di progressive e pezzi più misurati e orecchiabili che difficilmente si è ritrovata nelle opere a seguire.Dalla traccia d’apertura “Cirkus” alla gioiosa “Happy Family”-dedicata ai Beatles appena sciolti-,dalla meravigliosa “Lady of the Dancing Waters” che chiude il primo lato,alla lunghissima “Lizard” che occupa tutto il secondo lato accompagnata in alcune parti dalla voce celestiale del cantante e compositore degli “Yes” Jon Anderson.Un album pressoché senza difetti che chiude in bellezza la prima parte di carriera dei “King Crimson” che avranno in seguito nel loro arco molte altre frecce da scoccare tra le quali i bellissimi “Larks Tongues in Aspic”,”Red” e “Islands”.Ma “Lizard” è un qualcosa che rimane nel cuore dell’ascoltatore più degli altri ed è come qualità dell’insieme molto vicino a quell’esordio tanto celebrato e osannato che decretò i “King Crimson” una band da ricordare nel tempo. (14/4/2021) ****

La fortuna di Mike Oldfield,polistrumentista inglese dalle incredibili capacità e dal grandissimo talento,fu che il produttore britannico Richard Branson fondando nel 1972 la casa discografica Virgin decise che “Tubular Bells”,la prima opera del musicista che fino ad allora aveva rimbalzato da un rifiuto all’altro,dovesse essere il primo titolo del nuovo catalogo e uscì nel 1973.Seguito da un enorme e imprevedibile successo il disco vanta ad oggi il numero uno nella Chart e oltre duecento settimane in classifica grazie anche al suo parziale abbinamento al film campione d’incassi “L’Esorcista”.La magia delle due lunghe suite,una per facciata nei vecchi vinili,fu prontamente replicata l’anno seguente con l’uscita di “Hergest Ridge” in omaggio alla località inglese al confine col Galles dove Oldfield amava ritirarsi nei suoi momenti di vacanza.Il risultato fu ancora molto prestigioso con l’album che arriva come il precedente al primo posto,scalzando proprio “Tubular Bells” dalla cima alla classifica,confermando il musicista inglese come uno dei nomi più accreditati nel “Progressive-Rock” inglese di quel momento.Purtroppo la formula fino ad allora vincente fu ripetuta forse troppe volte nel tempo,riproponendo quasi all’infinito suite strumentali piuttosto simili,per questo l’attenzione degli ascoltatori dal successivo “Ommadawn” del 1975 diminuirà ma Oldfield negli anni saprà rinnovarsi e trovare nuovi percorsi,sconfinando con una serie di brani cantati anche nel pop,arrivando con “Crisis” del 1983,una giusta misura tra vecchio e nuovo,a ritrovare gran parte del successo passato.Dovendo comunque scegliere tra le opere della sua prima parte di carriera “Hergest Ridge” rimane senza ombra di dubbio,come costruzione e struttura musicale,uno degli episodi più belli per certi versi più ammaliante di “Tubular Bells” e sicuramente da riscoprire e da riascoltare più volte senza la paura di annoiarsi ma lasciandosi incantare dalle sue bellissime ed eteree melodie. (8/2/2021) ****

Era il 1977 quando usciva il disco della “Locanda delle Fate” intitolato “Forse le lucciole non si amano più”,nel frattempo la “Premiata Forneria Marconi” pubblicava “Jet Lag” il loro ultimo disco della meravigliosa avventura americana e il “progressive” italiano e internazionale agonizzava,seppure tanti altri dischi di questa natura sono usciti successivamente ma ormai senza più alcun interesse.Si potrebbe decretare dunque questo album come il canto del cigno di un genere che anche da noi aveva già dato tutto il possibile,si pensi alle “Orme”,al “Banco del Mutuo Soccorso”,ai “New Trolls”,agli “Osanna” e alla stessa “PFM” solo per citare i gruppi più importanti.Eppure questo primo e unico disco della “Locanda delle Fate” rimane un piccolo grande capolavoro innanzitutto per l’originalità del prodotto che pur attingendo ai capolavori dei primi anni settanta sviluppa un proprio percorso che amalgama a dovere e con grande padronanza vecchie e nuove sonorità intelligentemente aggiornate rispetto ai tempi ormai passati.Da segnalare poi la bravura di un gruppo di ragazzi che seguendo la maestria del pianista Michele Conta,allora appena uscito dal conservatorio,sommata alla duttiltà del batterista Giorgio Gardino e ai testi del cantante Leonardo Sasso elaborò una serie di brani eccezionali,fondendo il progressive col pop,con una musicalità davvero unica senza per questo scadere nel commerciale.Infine il tema di fondo del disco,la nostalgia,la fine di un epoca e della propria gioventù,impregnata di una malinconia latente percepita in quasi tutti i brani ma soprattutto in “Profumo di colla bianca” dove le parole rivolte alla propria infanzia con alla base un tappeto musicale emozionante ne fa il vero capolavoro dell’intero lavoro.Un disco unico che ha sorpreso anche me,non conoscendolo affatto fino a poco tempo fa,da ascoltare e riascoltare all’infinito,segnalando anche che su You Tube sono presenti filmati recenti del gruppo oltre al debutto storico in Rai,in un nostalgico bianco e nero,per la presentazione del disco nel lontano 1977. (28/12/2020) ****

I “Midlake” sono un gruppo rock statunitense di musicisti formatasi in Texas agli inizi degli anni duemila e proprio nel 2001 iniziano il loro percorso rilasciando una prima pubblicazione-un EP-che vende pochissime copie.Il primo album vero e proprio dal titolo “Bamnan and Slivercork”risale invece al 2004 e con un tour di successo in Europa iniziano a fare sul serio facendosi notare a un pubblico sempre più vasto.Abbandonano comunque subito le sonorità piuttosto psichedeliche e sperimentali del primo disco con l’uscita del secondo “The Trials of Van Occupanther” andando a recuperare sonorità folk dei primi anni settanta,quelle per intendersi dei vari “Crosby Stills Nash and Young” e simili.Considerato il loro disco più bello la rivista musicale britannica “New Musical Express” lo inserisce tra i migliori dischi del 2006 ma altri si spingono oltre fino a classificarlo come uno dei più bei dischi degli anni duemila.E hanno ragione perché questo album con le sue morbide e dolci ballate,le sue favole e personaggi immaginari,rammentano molto i primi “Genesis”,scorre davvero con piacere all’ascolto e per quelli come me che ascoltano regolarmente dischi folk risalenti ai primi anni settanta è stato un vero e proprio tuffo nel passato,riconoscendo inoltre il coraggio per una band odierna di avventurarsi a ripercorrere quei passaggi musicali,oggi fuori moda e dimenticati,superati dai generi che sono presenti oggi nelle charts internazionali.Tra i brani più significativi da segnalare le tracce centrali,soprattutto la magica “Young Bride” assistita anche da un video affascinante reperibile su You Tube,dove davvero l’orecchio gode sia per la bellissima voce di Tim Smith,autore tra l’altro di tutti i brani,sia per le parti musicali sicuramente all’altezza di quel periodo d’oro che i più avanti negli anni ricorderanno sicuramente molto volentieri.Disco da far girare fino allo sfinimento e consigliato a tutti voi con grande gioia. (19/10/2020) ****

Singolare la storia di Robert Wyatt musicista e polistrumentista nato a Bristol in Inghilterra nel 1945 e già  da adolescente iniziatore di quel movimento musicale progressive inglese noto come “Scena di Canterbury”.Il suo primo gruppo di un certo spessore,gli “Wilde Flowers”,non arrivò a pubblicare neppure un album ma fu la base di partenza per sviluppare con una parte di esso idee e soluzioni musicali più sperimentali-l’altra parte amante di un sound più melodico andrà a formare i “Caravan”-e così nacquero i “Soft Machine” con i quali Wyatt pubblicherà quattro dischi con il terzo,chiamato appunto Third,considerato il capolavoro della band.In seguito il musicista inglese non rinuncerà a continuare la sua ricerca musicale che attinge molto alle sonorità del jazz,considerata la sua grande passione,fondando i “Matching Mole”,storpiatura francese del nome della vecchia band,ma dopo due album l’incidente che lo colpì nel 1973,la caduta da una finestra che lo rese paralizzato dalla vita in giù,lo costrinse ad abbandonare il gruppo per dedicarsi così a progetti individuali dovendo anche fare a meno di suonare la batteria,suo primo strumento,sviluppando melodie basate prevalentemente sulle tastiere.Nasce già durante i mesi ospedalieri e di riabilitazione dall’incidente “Rock Bottom”,uscito poi nel 1974,dalla sofferenza di aver perso una parte di se,dalla vicinanza della sua compagna che farà parte del progetto con versi poetici di rara bellezza,da un nuovissimo Robert che invece di mollare la vita la cavalca con ancora più determinazione tuffandosi arrivando al fondo dell’esistenza del suo rock-rock bottom-per poi risalire con nuove e affascinanti sonorità,più maturo,più saggio e più dolce,regalando al mondo un capolavoro assoluto con sei brani immensi.Un disco non facile al primo ascolto,un’opera introspettiva difficilmente classificabile,pacata e struggente,ma che trova la sua massima espressione via via che la si ascolta,come è successo al sottoscritto,arrivando piano piano ad assimilarla nel profondo per poi non abbandonarla più,quasi fosse un esigenza avvertita e periodicamente da soddisfare. (24/8/2020) ****