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Visioni

Regista del sorprendente “Memories of Murder” del 2003,un giallo geniale in cui si gioca a evidenziare le differenti personalità degli investigatori incaricati di far luce su una serie di omicidi e poi fattosi notare al grande pubblico con il fantascientifico “Snowpiercer” del 2013 dove in una futura era glaciale un treno composto da vagoni che riflettono le varie classi sociali è costretto a non fermarsi mai pena l’annientamento di tutti i viaggiatori che non potrebbero sopravvivere a tali condizioni estreme,il coreano Bong Joon-ho ci sorprende ancora con il superpremiato “Parasite” datato 2019 che ha vinto tutto quello che c’era da vincere a Cannes e in America.Appassionato direi quasi ossessionato dai rapporti tra persone diverse fra loro e soprattutto del loro comportamento quando si trovano in condizioni sociali estreme il regista mette in piedi una vicenda surreale tra due famiglie,una poverissima residente in un sottosuolo fatiscente che riesce a malapena a sbarcare il lunario e una viceversa ricchissima proprietaria di una villa così bella da rimanere a bocca aperta solo a guardarla dall’esterno e a cui non manca davvero nulla ed è lo scontro fra queste due realtà,il loro atteggiamento reciproco,l’intersezione tra i due insiemi e la logica inevitabile contaminazione il motivo per riflettere sul nostro intero mondo e su noi stessi indipendentemente dalla condizione sociale in cui viviamo.Inutile raccontare lo svolgersi del film,davvero pieno di infiniti colpi di scena creati e studiati proprio per osservare i personaggi a fronte delle difficoltà del momento e davanti alle nuove prove che via via la vicenda propone e per il regista,anche qui come in passato,c’è l’occasione di criticare apertamente entrambe le realtà ma per la prima volta con il coraggio di mettere sul piatto una povertà perfino più vile e odiosa della ricchezza così pronta e scaltra nell’arrangiarsi come può ma che poi arrivata allo scopo non si accontenta di aver migliorato di parecchio la propria condizione e anzi alla prima occasione di debolezza altrui vuole tutto anche e soprattutto quello che non gli spetterebbe,proprio come il parassita del titolo che in natura sfrutta tutti i mezzi possibili pur di instaurarsi in un contesto che non è certamente il suo.La povertà del film significa furberia,rivalsa,falsità che porta pure all’inganno di fronte a una ricchezza ingenua,vuota,piena di se,in parte anche stupida e lo scontro,se non si riesce in entrambi i casi ad accontentarsi ma si vuole stravincere,porta inevitabilmente a una tragedia finale in cui tutti i personaggi marciano verso l’autodistruzione con ognuno che esce dalla vicenda con le ossa rotte o nel migliore dei casi seriamente ammaccato.Ultima nota il bel finale,chiaro ed evidente riferimento a quel capolavoro che si chiama “La 25esima Ora” di Spike Lee del 2002,dove si immagina quasi in una sorta di sogno un futuro diverso da quella che rimane la cruda realtà. ****

Dopo numerosi romanzi tutti super premiati e vendutissimi anche all’estero e la sua prima regia nel 2017 “La Ragazza nella Nebbia”,film davvero affascinante e interessante,ecco arrivare nel 2019 per lo scrittore Donato Carrisi la sua seconda prova registica anch’essa tratta da un suo romanzo,”L’Uomo del Labirinto” e qui si rimescolano tutte le carte del giallo classico,tutto diventa molto più ambizioso.Dove nel primo film ci si accontentava di raccontare una vicenda direi quasi normale il rapimento e l’uccisione di una adolescente con la conseguente ricerca del cosiddetto “mostro” da assicurare alla giustizia,nel nuovo film tutto è più complicato si lavora molto di più a livello psicologico e mentale facendo credere all’ignaro spettatore,come in un gioco enigmistico,una realtà che non è proprio esattamente quella che lui si aspetta.Anche qui si ripete il fattore “rapimento”,una ragazzina che riappare dopo quindici anni di segregazione ma i diversi livelli temporali e l’affollarsi durante la vicenda di molti personaggi fanno si che il viaggio dell’investigatore privato “Servillo”,qui molto più umano e sopportabile rispetto al precedente film,diventa una ricerca che pesca nel passato di molte figure tutte più o meno coinvolte nella vicenda principale.Molto di più non si può dire meglio recarsi “al cinema” per gustarselo tutto d’un fiato,certo bisogna una volta arrivati alla fine accettare il suo epilogo senza farsi molte domande in quanto la struttura del film non lo concepisce.Un opera comunque importante questa “L’uomo del labirinto”con tanti tantissimi omaggi cinematografici a partire dal coniglio di “Donnie Darko” e in parte anche al cinema di Dario Argento,l’unica cosa che si può affermare rimane quella di trovarsi di fronte a un prodotto eccessivamente confezionato a tavolino oltre a un senso di deja-vu nel finale con la sensazione che tutta la vicenda sia davvero molto più irreale e fantastica del previsto e per questo,secondo me,il precedente “La ragazza nella nebbia” resta di gran lunga superiore,nonostante alcuni passaggi del nuovo film da antologia ad esempio il tentativo di assassinio nel sottoscala di Servillo e la stanza del “Limbo” oltre a una magistrale prova attoriale di Dustin Hoffman,il dottore incaricato di far luce sulla vicenda della povera ragazza rapita.Attendiamo comunque con gioia l’ottimo Donato Carrisi a una nuova regia probabilmente già in cantiere e probabilmente basata ancora una volta sulle sue intriganti e affascinanti storie,magari stavolta con un maggiore e più responsabile senso della realtà. ***

La maschera dell’astronauta Roy McBride impersonato magnificamente dall’attore Brad Pitt segnata dalla sofferenza iniziata con un genitore perso prematuramente e proseguita per il matrimonio fallito a causa del suo lavoro,rassegnato,impotente davanti alle attuali vicende riguardanti l’intero pianeta che lo porteranno ad avventurarsi nello spazio per disinnescare un pericolo che incombe su tutto il nostro sistema solare oltre a cercare di capire che fine abbia fatto suo padre partito quando lui era piccolo e dato per disperso durante un progetto della Nasa nei pressi di Nettuno volto a ricercare vita intelligente nel nostro sistema solare,ebbene tutto questo è più che sufficiente per vedere il bellissimo “Ad Astra” del regista americano James Gray presentato a Venezia nel settembre 2019.Molto introspettivo non disdegna scene d’azione e memorabili sono quelle riferite all’attacco dei pirati sulla Luna o quelle del salvataggio di una astronave alla deriva nel viaggio verso Marte,considerata ultima base sicura,risoltosi poi con un riuscito e pauroso colpo di scena ma è chiaro che l’intero film si sviluppa attorno alla risposta a una domanda eterna che ci facciamo da anni cioè se esiste oppure no vita nel nostro sistema solare e la risposta resta purtroppo “no” perché oltre alle belle immagini che le sonde ci inviano periodicamente,oltre ai deserti,ai ghiacciai,ai gas,ai meravigliosi colori,ai sassi dai vari disegni,non c’è nulla e non c’è nessuno,tutto quello che siamo e che abbiamo resta qui sulla nostra amata Terra e prima o poi dobbiamo mettercelo in testa.Andremo sempre più lontano,spenderemo sempre più soldi,trascureremo il nostro pianeta oltre ai nostri affetti,fuggiremo dalle nostre responsabilità con la scusa della ricerca ma tutto questo forse non ne varrà la pena ed è questa la grande riflessione di questo film che assieme al suo interprete principale cercherà di analizzare prima che sia troppo tardi. ****

Presentato nel 2019 alla 72° edizione del Festival di Cannes e salutato da diversi minuti di applausi il nono film di Tarantino ha ricevuto per lo più critiche positive soprattutto indirizzate alla ricostruzione fedele del periodo storico la fine degli anni sessanta nella cinematografica Los Angeles e per l’interpretazione degli attori principali un Brad Pitt e un Leonardo di Caprio davvero in stato di grazia.Le vicende dei due personaggi,un attore(Di Caprio) in auge negli anni cinquanta ma che non è riuscito a fare il grande salto di qualità nel cinema importante e ora sta velocemente invecchiando e il suo fedele stuntman/assistente(Pitt) suo grande amico oltre che suo autista,scorrono via veloci nonostante la lunghezza del film alternando momenti sorridenti quando per l’attore in crisi professionale le speranze di riemergere e rivalorizzarsi sopravvivono,a periodi di delusione e disperazione assoluta quando invece si rende conto di scivolare verso la fine della sua carriera lavorativa,legando indissolubilmente il suo destino anche al suo amico destinato a subirne perciò tutte le conseguenze.Tarantino non perde occasione per criticare il sistema,negli anni non cambiato di molto,riuscendo però rispetto ai suoi precedenti lungometraggi a evitare gran parte di quelle parti parlate o dialogate tipiche del suo genere privilegiando l’azione e il movimento e a farsi valere soprattutto nel finale,quel nerissimo giorno di agosto del 1969 tragico per Los Angeles e ricordato per la strage di Sharon Tate moglie del regista Polanski e dei suoi amici sulle colline di Hollywood,guarda caso nella finzione vicina di casa dell’attore,riscrivendo pari pari la vicenda a modo suo con positività e speranza e molta molta più giustizia immaginando un esito alternativo rispetto alle vicende di cronaca.Un film da vedere nonostante sia difficile sentirsi della partita rappresentando tutto ciò che vediamo una realtà a noi molto lontana ma se non altro perché quest’opera rimane una dichiarazione d’amore incondizionata per tutto il cinema al punto da immaginarlo diverso anche nei suoi momenti più tristi e bui. ****

Da tempo attendevamo tutti noi appassionati del lato oscuro del regista Pupi Avati il suo nuovo film sulla scia dei vari “La Casa dalle Finestre che Ridono”,”Zeder”,”L’Arcano Incantatore” tanto per citarne alcuni,insomma quel genere tanto a lui caro comprendente giallo,mistery,horror che fa certamente parte della sua natura di scrittore e di regista.Destinato probabilmente alla televisione questo “Il Signor Diavolo” derivante da un romanzo dello stesso Avati esce invece al cinema nell’agosto 2019 e francamente tutti gli appassionati come me non possono che esserne felici innanzitutto perché le visioni al cinema valgono dieci volte quelle della televisione e poi anche perché quest’ultimo è davvero un ottimo film.Come la peggiore delle sue ossessioni ancora una volta il regista riesce in modo ottimale a rappresentare una storia di provincia piena di misteri,vicende al limite della verità,situazioni piuttosto terrificanti per il loro svolgimento e soprattutto per il loro finale.Come per altri suoi soggetti resta comunque la Chiesa il tassello fondamentale di questa vicenda fatta di credenze popolari e di racconti che si possono ritenere veritieri oppure al contrario completamente fasulli a seconda dei punti di vista.La vicenda di un ispettore del Ministero inviato da Roma nel veneziano per far luce su un fatto di sangue tra giovanissimi coetanei si rivela ben oltre di una semplice cronaca locale,i suoi risvolti possono interessare l’intera nazione e per questo si cerca di evitare il coinvolgimento della stessa Chiesa visto che il giovane ucciso alcuni lo hanno identificato addirittura con il diavolo.Un film da vedere,senza aspettarsi effetti speciali particolari,soprattutto per l’atmosfera oscura e malsana che pervade l’intera vicenda coinvolgendo anche noi spettatori nel migliore dei modi. ****

Per uno come me che all’età di dieci anni si ritrovò in casa l’album di Elton John “Honky Chateau” comprato da mio fratello e ascoltato infinite volte il singolo prevalente di quel disco,”Rocket Man” come il titolo del film,resta un passaggio obbligato correre a vedere questo film dove si ripropone la biografia di uno dei più grandi cantanti e musicisti di tutti i tempi capace di incantare numerose generazioni in tutti questi anni a partire dalla mia.Il film diretto nel 2019 dal poco noto regista inglese Dexter Fletcher prende in esame il periodo di Elton nato Reginald Dwight che va dalla sua attitudine e bravura al pianoforte in giovane età fino al 1983 quando tornò al successo dopo la sua lunga riabilitazione dall’abuso di droghe,alcool e soprattutto dalla sua depressione,derivante prevalentemente da una mancanza d’amore paterno vissuta in gioventù e dall’aver avuto esperienze sentimentali il più delle volte per niente soddisfacenti.Uno dei motivi scatenanti il suo percorso verso l’autodistruzione rimane probabilmente la visione di suo padre dopo la separazione da sua madre legato ad un’altra donna e con altri figli,pieno di attenzioni e di amore verso la nuova prole e pensare che Elton in tutta la sua gioventù mai aveva avuto da parte sua la gioia di un semplice abbraccio.Tutto il film scorre fluidissimo e anche le parti musicali tutte comunque bellissime con il vantaggio delle traduzioni che così rendono onore ai testi di un grande Bernie Taupin il suo paroliere di fiducia e suo grandissimo amico che non l’ha mai abbandonato in tutto il suo percorso sia nel bene che nel male.Un film da vedere e raccomandato soprattutto a chi come me ha vissuto i ’70 da adolescente e che non riesce proprio a fare a meno di ricordarli con grande gioia. ****

Interpretato magistralmente dall’inglese Steve Coogan-Stanlio-e dall’americano John Reilly-Ollio-il film diretto da Jon Baird nel 2018 uscito solo adesso nel 2019 nelle sale regala un bellissimo affresco su ciò che fu l’ultima parte della vita artistica di questa straordinaria coppia non dimentichiamo tra i comici più famosi di sempre sulla breccia e sull’onda del successo per oltre trent’anni.Un soggetto che si sviluppa su due livelli temporali quello del 1937 quando i due attori sono all’apice del successo e rivendicano per questo maggiori compensi verso un produttore,lo storico Hal Roach piuttosto taccagno in questo senso,portando a una momentanea separazione della coppia per motivi contrattuali mettendo a repentaglio e a dura prova l’armonia del duo.La scena si sposta poi nel 1953 quando nell’ultimo tour in Inghilterra e Irlanda assistiamo all’epilogo di questa straordinaria carriera per questi due incredibili personaggi e non sarà tutto rose e fiori soprattutto per quanto riguarda la prima parte del tour dove faticheranno non poco a riempire i teatri ma che poi ritroveranno alla grande il successo momentaneamente perduto.Il film è davvero bellissimo e oltre alla bravura dei due attori quasi identici in tutto e per tutto agli originali si apprezza la ricostruzione degli eventi,la Londra di quegli anni,il rapporto tra i due,nonostante i vecchi rancori non del tutto superati della passata momentanea divisione,pervaso sempre e comunque da una inossidabile amicizia,i rapporti tra le due mogli e il loro ruolo nel gestire i loro differenti caratteri,Stanlio sempre ossessivamente catturato dal lavoro e dallo scrivere battute e scenette e Ollio più propenso a godersi la vita condizionata in modo indelebile dalla sua mania per le scommesse.Una storia da ripercorrere tutta d’un fiato con il rischio di sentirsi in due o tre occasioni gli occhi umidi tale resta il commovente sviluppo della vicenda che si va a vivere vedendo il film,senza dubbio un semi capolavoro. ****

“The Mule-Il Corriere” film diretto e interpretato dall’eterno Clint Eastwood e uscito agli inizi del 2019 è una storia di cronaca americana basata sulla vera biografia del più anziano corriere della droga mai esistito di nome Leo Sharp operante negli anni ottanta per il “Cartello di Sinaloa”.Clint nella veste di Leo si cala nei panni del veterano della seconda guerra mondiale che trovatosi in difficoltà economiche accetta di trasportare droga da un posto all’altro dell’America forte del fatto che il suo aspetto ed età oltre alla sua storia automobilistica priva di qualsiasi tipo di infrazione avrebbe sviato ogni tipo di sospetto su di lui.Se la storia in se non regala nulla di nuovo essendo piuttosto semplice rimane la regia impeccabile e mai banale di Eastwood a incollare alla poltrona lo spettatore giocando sulla tensione ogni volta che una nuovo viaggio di Leo inizia e soprattutto sulla bravura di Clint a interpretare la destrezza di Leo a cavarsela sempre in ogni circostanza alcune delle quali anche piuttosto rischiose.Come in tutti i film di Eastwood una grande importanza viene data all’aspetto umano dei singoli personaggi a partire dall’interprete principale che cerca in tutti i modi di redimere un passato da dimenticare verso la propria famiglia sfidando per questo anche lo stesso “Cartello” ,al detective che gli sta addosso impressionato favorevolmente,una volta scoperto e assicurato alla giustizia,dalla sua disarmante sincerità e dai suoi principi di vita umili e genuini.Finale al limite del commovente per un film da non perdere assolutamente. ****

Il regista francese Pascal Laugier ha diretto solo quattro film dal 2004 a oggi ma ha lasciato certamente una traccia fondamentale nella storia del cinema.Il percorso inizia con “Saint Ange” un mistery ambientato in un vecchio orfanotrofio abbandonato e pieno di reminescenze del passato,un’opera tranquilla ma che già anticipava qualcosa di ben più complesso e spaventoso.La visione di “Martyrs” sconvolgeva non solo me ma mezzo mondo e devo dire che ancora oggi,secondo la mia modesta opinione,rimane una vetta che difficilmente verrà superata.Il suo terzo lungometraggio “I Bambini di Cold Rock” voleva quasi essere un pentimento per tutto quello che aveva mostrato nel film precedente,un giallo interessante con un discreto colpo di scena finale ma niente di eccezionale.Recupera invece tutta la sua rabbia,paura,violenza in questo nuovo “Ghostland” dove riesce nuovamente a essere se stesso e a rivelare quella che è la sua vera natura di autore e di regista.Inutile dilungarsi in particolari per un film bellissimo,pieno di colpi di scena dove la realtà non è detto che lo sia e dove la fantasia si spinge dove serve proprio per cercare di dimenticare e superare la realtà stessa.In questo film ci siamo tutti noi uomini e la stessa società in cui viviamo sessista e maschilista quanto basta per creare degli incubi al femminile simili al vissuto delle due sorelle imprigionate nella propria casa,costrette a somigliare a bambole di pezza e sottoposte a tutte le torture possibili da due figure davvero inquietanti che nessuno di noi vorrebbe mai incontrare nella propria vita neanche per tutto l’oro del mondo.Da vedere e perché no rivedere anche per apprezzare fino in fondo una grande regia abbinata a una storia geniale mai immaginata e raccontata fino ad oggi. ****

Un triste affresco di un destino segnato quello del protagonista dell’ultima bellissima fatica di Matteo Garrone in concorso a Cannes nel 2018 e vincente con lo staordimario Marcello Fonte interprete principale semi esordiente nella parte del “Canaro della Magliana”,personaggio relativo a un brutto fatto di cronaca di Roma risalente alla fine degli anni ottanta.L’intelligenza del regista resta nell’evitare i particolari splatter della vicenda derivanti dalle torture inflitte al bullo ex pugile che vessava spesso e volentieri il buono e mite proprietario dell’attività dedita ai cani ma approfondendo i caratteri dei due interpreti principali,il loro torbido rapporto,il relativo contorno fatto di esseri anonimi pronti ad abbandonare il protagonista quando si trova coinvolto,suo malgrado,in una rapina che non poteva evitare pena la sua incolumità oltre a riflettere profondamente sul nostro sistema giudiziario piuttosto inconcludente e non risolutivo quando si tratta di difendere chi deve accusare.Un film bello questo “Dogman” con attori convincenti e una fotografia bellissima che catapulta lo spettatore in un ambiente desolante fatto comunque di buoni sentimenti come l’amore di Marcello per la figlia e per i suoi animali contrapposto alle difficoltà di convivere con figure violente,fuori dalla legalità,deleterie per tutti,sperando che prima o poi la buona volontà di far capire che così non si fa prevalga come si fa con i cani rabbiosi e violenti quando si devono lavare e loro non ne vogliono sapere.L’estremo atto del protagonista non è solo vendetta per ciò che ha subito ma la possibilità e il suo grande desiderio di ricoprire nuovamente quel ruolo di “amato nel quartiere” perso dopo quella sciagurata rapina di cui egli stesso è stato protagonista involontario,eliminando una volta per tutte il cattivo della zona diventato ormai ingestibile.La sensazione e la volontà di redimere il mondo intero e ripulire il quartiere dal suo male spinge il “Canaro” a trasformarsi in un piccolo mostro ben sapendo che il male non è tanto lui stesso ma il contesto in cui si trova e che lui stesso essendo fondamentalmente un puro non riesce a gestire sfociando così nell’inevitabile soluzione finale.Progettato da Garrone più di dieci anni fa il film ha trovato solo ora la sua realizzazione soprattutto con l’incontro del regista con Marcello Fonte e tutti noi applaudiamo questa scelta perché miglior protagonista per questo ruolo non poteva esserci e se ne sono accorti anche a Cannes premiandolo giustamente.Un film da vedere senza se e senza ma. ****

Una donna sposa un uomo affinché cambi…e lui non cambierà,mentre all’opposto un uomo sposa una donna affinché non cambi…e lei cambierà.Questo è stato scritto onestamente non so da chi questo ritroviamo nell’immenso dialogo chiarificatore tra Veronica e Silvio in “Loro 2” nel momento in cui la moglie decide di abbandonare il progetto coniugale e di andarsene,lasciando il suo Silvio in mezzo a veline,feste,cene eleganti,compleanni di diciottenni e così via.Solo che il nostro personaggio non si accorge di questo cambiamento rimane attaccato alla sua natura giovanile quella del comunicatore numero uno,quella del venditore per eccellenza,soprattutto quella di godersi la vita apprezzando il bello,il lusso,l’aspetto esteriore delle cose,le relazioni sociali e più importante di tutto quella di circondarsi di figure pronte ad assecondare ogni suo movimento e ogni sua scelta pure soffrendo se questo non avviene da vera Bilancia quale egli è.Un grande spettacolo l’ultimo capolavoro di Paolo Sorrentino che non si svela più di tanto nella prima parte dedicata a tutto quel contorno fatto di persone,politici e furboni pronti a tutto per accaparrarsi anche solo una chiamata del grande “Silvio”,il loro mito,sperando di entrare nelle sue grazie e equiparando nell’illusione più totale una vita magari anche fortunata e onesta a quella che conta davvero cioè l’essere al comando e nei posti che contano padroni di quel mondo che esce alla grande nella seconda parte dove si abbandona quell’aspetto collaterale e si entra nel vivo,applicando una lente di ingrandimento sul mondo del personaggio principale del film.Il regista come sempre non giudica e non condanna semplicemente crea una vetrina dove ognuno di noi può osservare i vari personaggi messi davvero a nudo come solo Sorrentino riesce a fare,capire il pensiero e il comportamento di ognuno di “Loro” che seppure nella maggioranza dei casi inqualificabile,ha una sua logica nella realtà odierna e forse tanti giustificheranno le peggiori azioni viste nel film ciò dipende da ognuno di noi.Accanto a un mostruoso Toni Servillo davvero una maschera plasmata nelle mani di un grande artigiano,una immensa Elena Sofia Ricci nella parte non facile di Veronica vero e potente fulcro su cui si poggia l’intero lungometraggio.Il regista si prende gli applausi con diverse scene cult tra cui la pecora stroncata dal freddo nella prima parte e Silvio tra le farfalle nella seconda ma tutto il film rimane intriso di passaggi e immagini importanti sicuramente da rivalutare quando avremo la possibilità di rivedere tutta l’opera in successione una parte dopo l’altra.Un elogio particolare al grandioso e commovente finale dove finalmente dopo più di tre ore di “Loro” fasulli e deprecabili appaiono i veri “Loro” le persone normali,cittadini e lavoratori,volontari,forze dell’ordine,figure intrise di speranza dalle quali ripartire da zero e da cui prendere esempio tutti indistintamente da lodare visti all’opera dopo un terremoto disastroso con tutte le sue macerie al seguito che non sono in questo caso solo quelle dell’Aquila ma anche e soprattutto quelle che fanno parte del nostro mondo fondato sull’illusione del potere,troppo spesso alla base di tante stupide e misere esistenze. ****

Reduce da un Leone d’Oro a Venezia nel 2017 il regista messicano Guillermo del Toro sbanca anche gli Oscar 2018 con ben quattro statuette tra cui le più importanti cioè il miglior film e la migliore regia.Tutto sommato molto meritato se non altro per il percorso effettuato dal regista che da bambino appassionato di cinema già in giovane età riesce a produrre il suo primo film all’età di ventuno.Si fa notare al grande pubblico con opere particolari a metà strada tra la fiaba e il fantasy come “La Spina del Diavolo” e “Il Labirinto del Fauno” dove riesce a mettere in mostra tutte le sue passioni tra le quali quella per gli esseri deformi in genere che considera entità di grande potere e raggiunge davvero un picco altissimo con quest’ultimo lungometraggio dove moltissimi temi di attualità,nonostante gli anni sessanta del film,sono passati al setaccio come ad esempio il tema del diverso e il loro sfruttamento o la propensione tipica del popolo americano a non accettare molto la realtà di quell’epoca rifugiandosi nella TV che così propina in continuazione balletti e canzoni proprio allo scopo di far dimenticare pagine nazionali abbastanza disastrose.Il risultato rimane una bellissima novella romantica dove i mostri e i diversi sono coloro da rivalutare e da apprezzare mentre i perfetti e quelli dediti alle rigide regole molto più mostri dei precedenti.Per il regista prevale la speranza che nel futuro i più deboli e i dimenticati abbiano molta più considerazione e voce in capitolo di quanta non ne abbiano oggi e anche se molti angoli nel tempo sono stati smussati in questo periodo storico non ci può essere messaggio migliore. ****

Eravamo tanti in attesa del ritorno in patria di Gabriele Muccino dopo la parentesi americana direi bella e di grande soddisfazione interrotta solamente per il seguito del suo film più famoso “L’ultimo Bacio” chiamato “Baciami Ancora”.Il regista avendo esaurito i crediti americani non rischia più di tanto e mette in scena un ennesimo teatrino familiare come eravamo abituati a vedere nei suoi film precedenti ma lo fa in grande stile con un corale comprendente un cast che nessun regista italiano ha mai avuto in vita sua.La bravura di Muccino nella regia è aver saputo gestire tutto questo ben di Dio evitando che i vari mostri sacri come Sandrelli,Favino,Accorsi,Tognazzi,Ghini,Gerini e via cantando si accavallassero troppo nei vari ruoli e impedendo il più possibile la consueta gara a chi è più bravo o più convincente.Ognuno nel suo ruolo esprime un disagio più o meno simile ma il segreto è descriverlo nelle varie sfumature a volte molto diverse tra loro ed è questo che si apprezza nel film.Il rovescio della medaglia rimane quel senso di già visto,quella serie di circostanze familiari più o meno drammatiche che negli anni sono state trattate in tutte le salse ma Muccino con intelligenza camuffa tutto questo molto bene avendo a disposizione un enorme numero di personaggi tutti molto bravi e da ricordare anche quelli meno conosciuti come la Cucci o la Solarino.Film tutto sommato riuscito che in mezzo a tutto questo pessimismo sul tema della famiglia e dell’amore con nessun personaggio che si salva tranne il malato Ghini,rilascia anche qualche positiva speranza ad esempio nei giovani adolescenti o nello scrittore Paolo che forse riuscirà a trovare un motivo affettivo per fermarsi dopo una vita passata a scappare da tutto e da tutti,la fede ritrovata nel giardino e la sposa intravista nel finale fanno il resto. ***Spielberg resta sempre Spielberg e siccome mancava all’appello della sua potente filmografia una regia su una inchiesta giornalistica tipicamente americana nel 2017 non si fa certo scappare la possibilità di portare alla conoscenza del grande pubblico la vicenda dei “Pentagon Papers”,un preciso studio commissionato dal governo negli anni che vanno dal 1945 al 1967 per capirne un po’ di più su quella triste pagina internazionale che si chiama Vietnam.Dalle migliaia di pagine dattiloscritte emerse ciò che tutti già si immaginavano e cioè che la suddetta guerra non poteva mai essere vinta ma che era giusto proseguirla fino allo stremo per non porre l’America nell’imbarazzo e nell’umiliazione mondiale di una sicura sconfitta.Il lungometraggio ripropone il coraggio di quelle persone e soprattutto della proprietaria del W.Post interpretata da una Meryl Streep giustamente candidata all’Oscar che ereditato dal padre il giornale e senza un marito accanto suicidatosi in precedenza dovrà dimostrare di essere in grado di sostenere la sfida di pubblicare o meno quelle pagine andando a sfidare perfino la Casa Bianca e il suo presidente Nixon con il sostegno del suo direttore un monumentale Tom Hanks.L’opera non aggiunge e non toglie nulla ai film sulle grandi inchieste americane come “Tutti gli Uomini del Presidente” o “Il Caso Spotlight” tanto per fare degli esempi ma vi assicuro che alla fine del film quando viene premuto il pulsante verde della messa in stampa del giornale la commozione prende il sopravvento ed è giusto così,per una stampa al servizio dei cittadini e non viceversa e anche per la realizzazione di un giusto riscatto femminile che a quel punto diventa di tutte le donne come viene giustamente fatto notare dal grande regista quando la Streep scende la scalinata del tribunale,resta comunque un bellissimo film. ****

Inevitabile e probabilmente doverosa ogni tipo di critica e di sospetto sul nuovo capitolo del grande capolavoro di Ridley Scott targato 1982 e che ha creato quasi un punto di non ritorno nel mondo della fantascienza cinematografica,almeno quando si parla di film che non trattano il tema dei viaggi in altri mondi possibili.In realtà almeno per me questo sequel risulta addirittura superiore al precedente se non altro per il coraggio di proporre il seguito di quella storia e di farlo nel miglior modo possibile accontentando vecchi e nuovi sostenitori con una serie di richiami più che credibili alla storia passata grazie a interpreti convincenti e a un redivivo Harrison Ford che nella seconda parte domina perfino Ryan Gosling diventato nel nuovo capitolo il nuovo cacciatore di replicanti ruolo che fu del mitico Ford.Il segreto da lui scoperto all’inizio del film mentre elimina un vecchio residuo del passato fa riflettere e sconvolge l’intero sistema creando un sacco di interrogativi sul suo mondo che nel frattempo è diventato dopo solo trent’anni ancora più drammatico,triste,scuro e di poche speranze.Un film indimenticabile assolutamente da vedere con un turbinio di effetti,di suoni e di colori forse con meno momenti da ricordare ma con un nuovo elemento la neve che scende di frequente a coprire tutto quello che nella nuova storia tra vero e falso tra realtà e illusione resta da interpretare e da capire. ****

In ricordo del bellissimo “Prisoners” del 2013 ho atteso e visto volentieri questo nuovo lungometraggio del canadese Denis Villeneuve presentato a Venezia nel 2016 e in concorso agli Oscar l’anno dopo pur sapendo che ormai l’originalità nei film di fantascienza è sempre più rara essendo stato detto in cent’anni di cinema sull’argomento tutto e il contrario di tutto.Sfida comunque vinta dal regista che riesce a confezionare un gran film che ha la particolarità di rappresentare una vicenda del presente,l’arrivo di dodici astronavi aliene sparse nel mondo,con risvolti futuri ma assimilati e visti come fossero passati.Un film complesso con alla base considerazioni morali,psicologiche e probabilmente anche religiose con esseri alieni positivi disposti a lasciarci il loro dono che se sfruttato non può che fare del bene a tutta l’umanità al momento per niente unita forse un po’ sbandata bisognosa di ritrovarsi per affrontare le prossime sfide del futuro che verrà.Bellissima esperienza il vedere questo film che forse non è per tutti ma per me da non perdere. ****

Il giovane regista danese Nicolas Winding Refn che dopo alcuni lungometraggi di rodaggio incantò Cannes nel 2011 con “Drive” un vero e proprio capolavoro e diviso successivamente il pubblico con il successivo “Only God Forgives” coglie davvero nel segno nel 2016 con quest’ultimo film un’opera prevalentemente al femminile,una giovane ragazza in cerca di fortuna come modella a Los Angeles e non che non ci siano uomini protagonisti ma devo riconoscere come solo comprimari e mai incisivi nello sviluppo della vicenda.Brutta l’invidia e la gelosia delle modelle concorrenti nel capire che questa ragazza ha davvero le carte in regola per rendersi protagonista sulle passerelle con quella sua bellezza ingenua,giovane e inimitabile che spacca e che suscita la rivalsa delle altre donne che inevitabilmente devono fare un passo indietro di fronte a tale splendore.Un film bello che mescola molti generi,dalla fantascienza,al thriller,alla commedia romantica e che è sostenuto da un’ottima fotografia oltre che da una buona colonna sonora e soprattutto da una regia visionaria e da una cattiveria davvero senza limiti quanto basta a decretarlo come un film sicuramente da vedere. ***

Davvero un ottimo film la seconda prova alla regia targata 2016 dello stilista americano Tom Ford dopo “A Single Man” del 2008 un lungometraggio a tematica omosessuale che valse a Colin Firth la Coppa Volpi a Venezia.Questo nuovo “Animali Notturni” è un thriller in piena regola tutto giocato su un racconto nel racconto con all’interno diversi flashback atti a ripercorrere la storia dei due protagonisti,un’ottima Amy Adams e un sempre perfetto Jake Gyllenhaal.A tratti anche piuttosto duro e violento vede tra gli altri interpreti anche un detective ormai all’ultima spiaggia interpretato ottimamente da Michael Shannon.Con alla base tematiche quali la solitudine e l’abbandono perfettamente rappresentate alla fine lo stilista si porta a casa oltre a svariate candidature all’Oscar anche il Gran Premio della Giuria a Venezia nel 2016 e tutto ciò lo rende un film assolutamente da vedere e da non perdere. ****

Non poteva essere più intenso e convincente l’esordio alla regia nel 2016 dell’attore scozzese Ewan McGregor portando sullo schermo il romanzo “Pastorale Americana” dello scrittore Philip Roth.Storia bella e da seguire attentamente quella dell’ebreo Seymour Levov detto lo svedese per i suoi capelli biondi e gli occhi chiari,in un America sconvolta dai movimenti giovanili degli anni 60/70 dettati dalla guerra del Vietnam e che finiranno per sconvolgere la sua vita e la sua famiglia soprattutto quando la loro figlia adolescente entrerà a far parte della forte protesta di quegli anni compiendo anche atti estremi.Da quel momento in poi scatta la non rassegnazione nell’accettare che sua figlia potesse aver preso quella strada così lontana dal suo pensiero e dalla sua vita così perfetta e invidiabile fino a quel momento,tutto viene automaticamente messo in discussione dagli eventi finendo per distruggerlo a poco a poco.Un film davvero molto bello si rasenta il capolavoro. ****

Tarantino è sempre Tarantino e nel suo ottavo film uscito all’inizio del 2016 non si smentisce,ritorna alle origini del suo “Le Iene” e crea una situazione complicata tra otto persone che a causa di una imminente tempesta di neve si ritrovano all’interno di una sorta di rifugio denominato “Emporio di Minnie”,dove ci sono tutte le condizioni per un confronto all’ultimo sangue.Il luogo è il Wyoming e il periodo riflette i postumi della guerra civile americana con i suoi strascichi di odio e di vendette incrociate tra nordisti e sudisti in cui si inserisce a gamba tesa anche il fattore pelle scura con un Samuel L. Jackson in grande spolvero e il fattore donna con una convincente Jennifer Jason Leigh peraltro candidata all’Oscar per la sua forte e intensa interpretazione.Il film è diviso in cinque capitoli dove non manca quello chiave destinato a farci capire cosa è successo a priori della storia principale e il capitolo finale destinato alla resa dei conti dove il regista abbonda come al suo solito in violenza e sangue.Un ottimo film bello nella sua fotografia essenziale nei dialoghi ed efficace nel mettere a confronto tutti gli elementi della società americana di quel periodo ma non solo,visione calorosamente raccomandata. ****

Il regista Tom McCarthy inizia come attore prendendo parte a “Flags of our Fathers” e “Michael Clayton” prima di iniziare a dirigere e dopo alcuni film minori arriva nel 2015 la sua consacrazione con “Spotlight”,Oscar 2016 come miglior film e migliore sceneggiatura originale firmata anche dallo stesso McCarthy,una storia basata sulla vera vicenda dei giornalisti del “Boston Globe” nel 2001 facenti parte del famoso team “Spotlight” specializzato in giornalismo d’inchiesta e che nel 2003 raccolse il premio Pulitzer.Il regista costruisce un ottimo film incalzante e affascinante sul famoso e terribile scandalo pedofilia coperto da anni dal vescovo di Boston limitandosi a non denunciare gli abusi ma all’occorrenza spostando i vari parroci interessati dalle singole inchieste da un posto all’altro,poi dimessosi e trasferito in altra sede.Lungo e estenuante il lavoro dei giornalisti qui interpretati da ottimi attori su cui spiccano Mark Ruffalo già visto in una parte simile in “Zodiac” e Michael Keaton che non ha certo bisogno di presentazioni.Alla fine il vaso di Pandora viene aperto e emblematica rimane la scena finale in cui finalmente rotto il silenzio in tanti si attaccano al telefono per denunciare abusi che al momento non erano stati svelati che non erano risaputi.Un ottimo film sicuramente da vedere che deve far riflettere senza se e senza ma tutti quanti noi su un tema che riguarda purtroppo l’intero mondo e troppe volte confinato nella cronaca locale come colpa di singoli,senza pensare che a certi livelli era l’intero sistema che funzionava così e forse ancora oggi con grande rammarico e nonostante i tentativi di chiarezza dei nuovi vertici religiosi poco è cambiato da allora. ****